ITRicordi d'infanzia e di scuolaEdmondo De Amicis

ИТАЛЬЯНСКИЙ · 1901

Ricordi d'infanzia e di scuola

Edmondo De Amicis (1846–1908)

  • Сложность: Средняя
  • 99 604 слов
  • 14 глав
  • ≈ 9 ч чтения

Автор «Сердца» вспоминает своё детство, школу, игрушки и театр марионеток, пишет о детях и подростках. Тёплые, добрые очерки простым языком — хорошее чтение для среднего уровня.

Оглавление

  1. Ricordi d'infanzia e di scuola
  2. Bambole e marionette
  3. Un piccolo teatro celebre
  4. Grembiulini bianchi
  5. Personaggi infantili
  6. I bambini di Val d'Andorno
  7. Momenti solenni
  8. Piccoli scrittori
  9. I desideri dei ragazzi
  10. Il garofano rosso
  11. Sui banchi del Ginnasio
  12. I commedianti e i ragazzi
  13. Un'ascensione in pallone
  14. Due di spade e due di cuori

Попробуй читать в Ling

Это настоящий ридер Ling: нажми на любое слово, чтобы увидеть перевод, и сохрани новые слова. Аккаунт не нужен.

Начало книги простым текстом

Ricordi d'infanzia e di scuola

I primi anni.

La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.

Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.

Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa. Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto; ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine, che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.

Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere, a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena!

Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo, gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo, sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! — rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera testa voida che sono stata!

Продолжить чтение в Ling

В Ling эта книга откроется целиком: нажимай на незнакомые слова, чтобы увидеть перевод, сохраняй их в словарь и тренируй.

Читать с переводом в Ling

Ещё на этом языке

Текст произведения находится в общественном достоянии.